Arrivate a Taranto e fate una cosa sola: andate al Ponte Girevole e aspettate che si apra.
Non saprete quando succederà. Può volerci un’ora, può volerci un giorno. Dipende dalla Marina Militare, dai movimenti dell’Arsenale, da una pianificazione che non è pubblica e non è prevedibile. Ma quando succede — quando le sirene suonano e le sbarre scendono e il traffico sull’isola si ferma — assistete a qualcosa che non esiste da nessun’altra parte in Italia.
Un ponte di ferro lungo novanta metri si separa in due metà e ruota. Il lato verso la Città Vecchia gira di 45 gradi. L’altro di 90. L’operazione richiede una ventina di minuti e quattro operatori della Marina. Nel mezzo del canale passa una nave da guerra.
Ai bordi, i tarantini si fermano. Guardano. Qualcuno saluta l’equipaggio schierato. Qualcuno fuma una sigaretta appoggiato alla ringhiera. Il tempo, per venti minuti, appartiene alla Marina Militare.
Una città tra due mari, su un’isola tra una marina e l’altra
Taranto è la sola città italiana costruita tra due mari. Non è una metafora: è una realtà fisica precisa.
A ovest c’è il Mar Grande, aperto sul Golfo di Taranto e sull’Ionio. A est c’è il Mar Piccolo: una laguna quasi interamente chiusa, un bacino interno protetto, calmo, di circa 20 chilometri quadrati.
La Città Vecchia — la Taranto antica, la Taras dei Greci per chi conosce la storia e il mito della fondazione di Taranto — sorge su un’isola calcarea tra i due mari, collegata alla terraferma da due ponti. Quello fisso, verso nord, porta al Borgo Umbertino. Quello che gira, verso sud, porta al Borgo Nuovo e al canale che unisce i due specchi d’acqua.
Vista dall’alto, la forma del Mar Piccolo è quella del simbolo dell’infinito: due seni separati da una lingua di terra, che si chiudono su se stessi come una riflessione permanente sul tempo. E il tempo, a Taranto, ha uno scorrimento diverso.
Il Ponte di San Francesco di Paola, o come si chiamava prima
Il Ponte Girevole ufficialmente si chiama Ponte di San Francesco di Paola. Ma nessuno a Taranto lo chiama così. È il Ponte Girevole, e basta.
La storia comincia dove oggi scorre il canale: un tempo lì c’era un istmo di terra che collegava l’acropoli greca — l’odierna Città Vecchia — al resto dell’abitato. Alla fine del Quattrocento, con l’avanzata dei Turchi nel Mediterraneo, quell’istmo fu rimosso per difendere il Castello Aragonese: senza terra attorno, il castello diventava inespugnabile. Al suo posto rimase un fossato, poi un canale, poi un canale navigabile.

Nel 1882 la Marina Militare decise di rendere quel canale abbastanza largo e profondo da permettere il passaggio delle navi verso il nuovo Arsenale che stava costruendo nel Mar Piccolo. Si studiano i progetti. Si bandisce un concorso. Vince l’ingegnere Alfredo Cottrau di Castellammare di Stabia, che si ispira a una struttura simile costruita a Brest in Bretagna.
Il meccanismo del ponte girevole di Taranto
Il 22 maggio 1887, il nuovo ponte viene inaugurato dall’arcivescovo Pietro Jorio alla presenza del viceammiraglio Ferdinando Acton. Viene battezzato “Umberto Cataldo” — in onore del re Umberto I e del patrono di Taranto, San Cataldo. Ma i tarantini lo chiameranno sempre e soltanto “il Ponte Girevole”.
Il meccanismo originale era idraulico: turbine alimentate da un grande serbatoio da 600 metri cubi d’acqua posto sul castello aragonese, che in caduta avviavano le due braccia del ponte. Azionava un’ingegneria dell’Ottocento. Funzionava così per sessant’anni.
Nel 1958 il ponte viene sostituito con la struttura attuale — stessa forma, stesso principio, ma motori elettrici invece dell’acqua. Il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi lo inaugura il 10 marzo 1958.
D’Annunzio, l’Amerigo Vespucci e i lucchetti degli innamorati
Il Ponte Girevole ha una storia di affetti laterali che lo rendono ancora più tarantino di quanto sembri.
Gabriele D’Annunzio gli dedicò dei versi nelle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi: “Non balena sul Mar Grande né tuona. Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte gira e del ferro il tuo Canal rintrona. Passan così le belle navi pronte per entrar nella darsena sicura, volta la poppa al jonico orizzonte” (https://www.buonasera24.it/news/cultura-e-spettacoli/8933/i-versi-che-d-annunzio-dedico-a-taranto.html).
Nel 1965 successe qualcosa che i tarantini ancora raccontano. Il comandante dell’Amerigo Vespucci, il leggendario veliero-scuola della Marina Militare, si chiamava Agostino Straulino — olimpionico di vela, uno dei marinai italiani più grandi del Novecento. Straulino ordinò al nostromo di spiegare le vele mentre attraversava il bacino largo soltanto nove metri, a una velocità di 14,6 nodi — quando le regole del porto imponevano un massimo di tre. L’impresa fu pazzesca, strepitosa e pericolosa insieme. La Marina gli fece un elogio per l’azione incredibile e lo condannò a due giorni di carcere per aver violato le regole.
E poi ci sono i lucchetti. Gli innamorati di Taranto hanno trovato nel Ponte Girevole il loro Ponte Milvio e hanno attaccato alla sua ringhiera i famosi lucchetti dell’amore, lanciandone la chiave nel canale navigabile. Le chiavi sono ancora là sotto. Non le ha mai recuperate nessuno.
Il Mar Piccolo di Taranto
Il Mar Piccolo non è un bacino ordinario. Da fuori sembra una laguna qualunque — piatta, calma, con i pali e le corde degli allevamenti di mitili che emergono dall’acqua.
Ma sotto la superficie succede qualcosa di straordinario e di completamente irripetibile. Sul fondo del Mar Piccolo, a profondità variabile, sgorgano 33-34 sorgenti sottomarine di acqua dolce di origine carsica. Si chiamano citri. Il termine viene dal greco chýtros, che significa “pentola”: la fantasia popolare ha associato quel nome al ribollire dell’acqua dolce che risale verso la superficie spinta dalla pressione, proprio come l’acqua sul fuoco.
I citri sotto al Mar Piccolo
Queste sorgenti non nascono nel Mar Piccolo. Sono lo sbocco naturale di antichi corsi d’acqua che un tempo scorrevano in superficie — gli stessi che hanno dato origine alle gravine pugliesi — e che oggi percorrono reti idrografiche sotterranee alimentate dalle falde acquifere dell’Altopiano delle Murge.

Pensateci: l’acqua che ribolle sul fondo del Mar Piccolo viene dalle Murge. Ha percorso decine di chilometri sottoterra, attraverso la roccia calcarea carsica, ed emerge nel fondale del Mar Piccolo a una temperatura costante di circa 18°C.
Un miracolo cantato dai poeti antichi
Di questo fenomeno scriveva già Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia: “Et ostrea gaudent dulcibus aquis et ubi plurimi influunt amnes” — “le ostriche amano le acque dolci e i luoghi dove confluiscono molti corsi d’acqua”.
E di questi lo scriveva Strabone nel I secolo a.C., che aveva fatto il giro del Mar Piccolo in barca e aveva attirato l’acqua in mezzo al mare salato: “Gli abitanti chiamano questa sorgente Le Citrezze, nome che sembra derivare da KYΘPOΣ, come parecchie altre parole che usano nel loro linguaggio.”
Il segreto dei citri
Il segreto dei citri è rimasto lo stesso da duemila anni: l’acqua dolce che riversano nel mare riduce la salinità delle acque circostanti, ne regola la temperatura e ne favorisce il rimescolamento — producendo condizioni che conferiscono alla cozza tarantina il suo inconfondibile gusto intenso e dolce impossibile da replicare altrove.
La cozza che non si può copiare
La cozza nera di Taranto (Mytilus galloprovincialis) è Presidio Slow Food dal 2022. È un PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale). È classificata “A” dall’AUSL dal 2019 — il che significa che può essere venduta e mangiata senza la depurazione in stabulatore. Subisce circa 300 analisi di laboratorio l’anno — il prodotto ittico più controllato in Italia.
E nonostante tutto questo — o forse proprio grazie a tutto questo — è il mitilo con il profilo organolettico più riconoscibile che esista nel Mediterraneo.

La polpa è morbida, succosa e cremosa, con una consistenza che non risulta mai callosa grazie alle acque calme del Mar Piccolo, dove le cozze crescono senza stress. Il sapore è marcatamente dolce e intenso, meno salmastro rispetto ad altre varietà mediterranee, con note di mare cristallino e prive di sentori fangosi.
Una cozza unica al mondo
Quella dolcezza non è un accidente: è il prodotto diretto dei citri. Nessun allevamento nel mondo riesce a riprodurla perché nessun altro posto al mondo ha 34 sorgenti sottomarine di acqua dolce carsica che sgorgano in una laguna protetta.
Quelle 34 sorgenti nessuna tecnologia ha mai saputo imitare e nessun concorrente potrà mai strappare a Taranto.
La Città Vecchia: l’isola che non ha la parola fine
La Città Vecchia di Taranto è un’isola nel senso fisico del termine: circondata dall’acqua su tutti i lati, accessibile da due soli ponti. E ha il carattere delle isole: chiusa su se stessa, diffidente delle novità, fedele a ritmi che non si spiegano agli stranieri ma si mostrano ai pazienti.
La spina dorsale è Corso Vittorio Emanuele II, il percorso che attraversa l’isola da nord a sud, costeggiando il Lungomare Vittorio Emanuele II verso il Mar Grande. Qui i palazzi nobiliari dell’Ottocento mostrano facciate che ricordano Napoli più che Bari: alte, un po’ malinconiche, con balconi di ferro battuto che guardano il mare aperto.
Il Castello Aragonese — costruito sul sito dell’acropoli greca — chiude l’estremità meridionale dell’isola sul canale navigabile. È sede della Marina Militare e visitabile solo in parte, ma la sua sagoma domina qualsiasi cartolina di Taranto. Da lì partiva l’acqua che azionava il primo Ponte Girevole nel 1887.
Il Duomo di San Cataldo e i vicoli del centro storico
Il Duomo di San Cataldo — patrono della città, il vescovo irlandese che arrivò a Taranto nel VII secolo e vi morì convertendo il territorio — è uno degli edifici più stratificati del Sud Italia: eretto sulle fondamenta di un tempio greco, poi basilica paleocristiana, poi cattedrale normanna, poi rimaneggiato nel barocco, poi ancora nel Novecento. Ogni epoca ha lasciato un segno senza cancellare il precedente.
Nei vicoli del centro storico — strettissimi, a volte così angusti da non permettere il passaggio di due persone affiancate — la vita quotidiana ha una temperatura e un ritmo che sembrano fuori dal tempo del turismo. Anziani seduti fuori dai portoni. Panni stesi tra i palazzi. Il suono del dialetto tarantino — diverso dal barese, diverso dal leccese, con una sua musicalità specifica — che esce dalle finestre aperte.
Quando andare a Taranto e come muoversi
Taranto non ha una stagione ideale nel senso classico del termine. È una città che si vive meglio quando non ci sono troppe ragioni esterne per andarci: non la spiaggia, non il festival, non la folla di agosto.
Settimana Santa — le processioni dei Misteri del Venerdì Santo, organizzate dall’Arciconfraternita del Carmine, sono tra gli eventi rituali più intensi del calendario meridionale. Il corteo dura 15 ore consecutive, dal venerdì pomeriggio all’alba del sabato. Migliaia di persone ai lati delle strade, in silenzio.
Ottobre e novembre — la stagione delle cozze nel pieno della loro forma: il ciclo biologico porta la polpa al massimo dello sviluppo, il mercato è attivo, i prezzi sono ragionevoli. Il porto la mattina ha il movimento autentico.
Qualsiasi mattina di giugno — il miglior momento per stare fermi sul bordo del canale e aspettare che il Ponte Girevole si apra.
Come muoversi: la Città Vecchia si percorre a piedi in meno di un’ora. Non ci sono attrazioni da spuntare su una lista. C’è un’isola da attraversare lentamente. Il porto verso il Mar Grande al mattino. Il lungomare verso sera. Il canale sempre, perché non si sa quando arriva la nave.
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