Quando la Puglia era araba: l’eredità islamica che non tutti conoscono

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C’è una parola che i baresi usano ogni giorno senza sapere da dove viene. Tavùte — la cassa da morto, il feretro. Viene dall’arabo tābūt, che significa esattamente la stessa cosa.

E poi c’è zaràffe — il truffatore, il furbo — dall’arabo sarrāf, il cambiavalute. E marànge, l’arancia, dal persiano nāranğ arrivato attraverso la corte araba. E zagara, il fiore d’arancio, dall’arabo zahr. E scirocco, il vento africano caldo che in estate vi accompagna per settimane, dall’arabo šarq, est — il vento che viene dall’oriente.

Ogni volta che un pugliese usa queste parole — e le usa ogni giorno, senza pensarci — sta parlando una lingua che non esiste più ma che non è mai davvero scomparsa. Quella lingua era araba. E la Puglia, per un pezzo della sua storia, era in parte araba.

La nascita dell’emirato di Bari

Nell’847 dopo Cristo, un gruppo di Saraceni guidato dal condottiero berbero Khalfūn, proveniente dall’Africa settentrionale, si impadronì di Bari sfruttando la rete di sotterranei e passaggi segreti che consentirono la presa della città in poche ore (Wikipedia).

L’emirato di Bari fu un’entità politico-militare musulmana che nell’arco di un quarto di secolo, tra l’847 e l’871, sorse nella città di Bari. Esso fu il più rilevante insediamento islamico nella penisola italiana.

Bari divenne entità politica militare musulmana

Per ventiquattro anni, la capitale della Puglia era una città araba. Non una città conquistata e tenuta sotto assedio — una città governata, organizzata, integrata in un sistema politico islamico che guardava verso Baghdad e verso il Mediterraneo musulmano.

Nel 853, a reggere le sorti di Bari fu chiamato l’emiro Mufarrag, che cercò di far riconoscere ufficialmente il protettorato di Bari a Baghdad attraverso la costruzione di una moschea, simbolo di potere non solo politico ma anche religioso.

Una moschea a Bari, nel IX secolo. Non è una storia che si racconta spesso.

La crescita di Bari sotto l’emirato di Sawdan

Sotto l’emirato di Sawdan, Bari divenne porta esclusiva verso l’Oriente: i baresi affinarono le doti di commercianti, adottarono abbigliamenti e tessuti orientali, impararono l’arte del ricamo e della coltivazione del cotone.

Sawdan ottenne nel 864 il titolo di emiro ufficialmente riconosciuto dal califfo. Era il padrone di una capitale che guardava verso est — verso Costantinopoli, verso il Medio Oriente, verso i mercati dell’Impero Abbaside.

Dove sorgeva la moschea di Bari?

La moschea costruita dagli Arabi a Bari si trovava, secondo le ricostruzioni degli storici, nell’area dove oggi sorge la Basilica di San Nicola — la chiesa più importante di Puglia, costruita dai Normanni dopo la riconquista sullo stesso terreno dove i Saraceni avevano edificato il loro luogo di culto. Non è una coincidenza: è una pratica deliberata di sostituzione simbolica che i Normanni ripeteranno in tutta l’Italia meridionale.

Come finì: la flotta croata e l’imperatore che aspettava da anni

Agli inizi dell’870, l’imperatore Ludovico II si decise a scendere in Puglia. La situazione era ora più favorevole a una riconquista perché difficilmente sarebbero giunti dal mare soccorsi ai saraceni di Bari, come in precedenza, per la presenza della flotta bizantina nell’Adriatico.

Ludovico attaccò Bari con forze di terra composte da Franchi e Longobardi, aiutato da una flotta croata. L’assedio durò due anni. Nell’871, Bari tornò cristiana.

Bari torna cristiana ma non finisce la presenza araba

Ma la caduta dell’emirato non significò la fine della presenza araba in Puglia. L’emiro Uthmān resistette agli attacchi longobardi e franchi riuscendo persino a liberare Sawdan dalla prigionia beneventana (876). Solo nell’880 l’imperatore Basilio I assoggettò e ridusse in schiavitù la popolazione araba di Taranto, ponendo fine all’esperienza statale araba in Puglia.

La fine ufficiale. Ma non la fine dell’influenza.

Le torri saracene: l’eredità difensiva di un nemico

Dopo la caduta degli emirati, le scorrerie dei pirati saraceni continuarono per secoli lungo le coste pugliesi. La fine dell’emirato barese non fece cessare le scorrerie piratesche nell’Adriatico, per le quali ancora oggi si possono vedere lungo tutta la costa le famose torri fortificate di avvistamento dei saraceni.

Quelle torri — le torri costiere che punteggiano ogni promontorio pugliese, ogni falesia, ogni punto di visibilità sulla costa adriatica e ionica — non sono costruzioni pugliesi. Sono la risposta pugliese ai Saraceni. Furono erette dai Normanni prima, dagli Spagnoli poi, proprio per avvistare le navi corsare prima che arrivassero a portata di attacco.

Il nome che le identifica — torri saracene — porta scritto il nome del nemico che le aveva rese necessarie. Ogni volta che vedete una torre sul promontorio, state vedendo il segno fisico di duecento anni di attacchi che venivano dal mare.

Federico II e la città araba in Puglia: Lucera

La storia della presenza araba in Puglia non finisce nell’880. Riprende, in modo del tutto inaspettato, nel XIII secolo — e per volontà non di un invasore ma di un imperatore cristiano. Nel Medioevo, Lucera divenne comunità araba per volere di Federico II di Svevia, che fece trasferire dalla Sicilia molte famiglie di coloni saraceni.

lucera islamica

Federico II era cresciuto a Palermo, in una corte multiculturale dove arabi, ebrei e cristiani collaboravano. Parlava arabo. Teneva in grande considerazione la cultura e la scienza islamica. Quando i musulmani di Sicilia divennero una presenza scomoda nell’isola — teatro di rivolte e tensioni continue — decise di deportarli non per eliminarli ma per preservarli: li trasferì a Lucera, in Capitanata, dove costruirono una comunità autonoma che durò quasi cent’anni.

Le costruzioni di Lucera testimonianza di quel periodo

A testimonianza di questo passaggio storico, a Lucera sopravvivono ancora delle tipiche costruzioni popolari dette torrette saracene, sormontate da una singolare cupola. La cattedrale di Santa Maria Assunta che oggi sorge in Piazza Duomo è stata edificata al posto della moschea in seguito alla cacciata dei saraceni da parte di Carlo I d’Angiò.

Per quasi novant’anni — dall’inizio del Duecento fino alla fine del secolo — Lucera era una città musulmana nel cuore della Puglia. Con la sua moschea, i suoi muezzin, i suoi artigiani, i suoi soldati che combattevano per l’imperatore cristiano. Federico II li usava come guardia del corpo personale: i soldati saraceni di Lucera erano i più fedeli perché privi di legami con il papato, con i feudatari locali, con qualsiasi potere che non fosse quello imperiale.

L’abbattimento della moschea

Quando Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi nel 1266 e prese il controllo del regno, quella tolleranza finì. I musulmani di Lucera furono massacrati o venduti come schiavi nel 1300. La moschea fu abbattuta e sulla sua pianta fu costruita la cattedrale.

Ma il nome della città resistette: ancora oggi Lucera porta nel suo nome — nella radice lux, o forse nel berbero agzar, fortezza — le tracce di quella storia sepolta.

Cosa è rimasto: le tracce visibili e quelle invisibili

Nell’architettura

L’arco ogivale — quello a sesto acuto, appuntito in cima — che tutti considerano gotico o normanno ha in realtà origini islamiche. Tra gli elementi distintivi dell’architettura arabo-normanna troviamo gli archi a sesto acuto ogivale, una tecnica costruttiva già presente nell’Ifriqiya, l’uso congiunto di corpi cubici e cupole emisferiche, i chiostri arabeggianti e le cupolette con decorazioni a stalattiti chiamate muqarnas.

Le cattedrali romaniche pugliesi — Trani, Bitonto, Bari, Ruvo — hanno quegli archi intrecciati ciechi sulle facciate, quei motivi geometrici ripetuti, quelle decorazioni a intreccio che non vengono dalla Borgogna né dall’Inghilterra: vengono dai cantieri dove maestranze islamiche lavoravano accanto a maestri normanni, portando un vocabolario decorativo che il mondo cristiano non aveva.

Nel paesaggio agrario

Il cotone — introdotto dalla coltivazione araba nel periodo dell’emirato. Gli agrumi — limoni e arance portati dagli Arabi attraverso la Persia e il Mediterraneo. La canna da zucchero, coltivata in Sicilia durante il dominio arabo e arrivata in Puglia attraverso le rotte commerciali. Il gelso bianco, allevato per i bachi da seta in seguito all’introduzione araba.

Il paesaggio agricolo della Puglia medievale fu trasformato da queste colture — alcune scomparse, altre ancora presenti — che gli Arabi portarono dall’Oriente verso il Mediterraneo occidentale.

Nel dialetto

Nei dialetti pugliesi si ritrovano molte parole di origine araba, che in parte si diffusero dalla Sicilia durante la dominazione araba dell’isola, in parte giunsero attraverso la Spagna e in parte sono da attribuire ai musulmani di Federico II.

Un piccolo catalogo di quello che è rimasto nella bocca dei pugliesi senza che quasi nessuno lo sapesse:

  • Tavùte — feretro, cassa da morto. Dall’arabo tābūt.
  • Zaràffe — truffatore, imbroglione. Dall’arabo sarrāf, cambiavalute.
  • Zagara — fiore d’arancio. Dall’arabo zahr, fiore.
  • Scirocco — il vento africano caldo. Dall’arabo šarq, est.
  • Màscolo — maschio, uomo. Da una radice araba attraverso il siciliano.
  • Tàmmorra — il tamburo a cornice usato nella pizzica salentina. Dall’arabo ṭabla, tamburo. La stessa radice che dà tabla in hindi e che percorre l’intero Mediterraneo islamico.
  • Cufulà — in alcuni dialetti salentini, covigliare, fare confusione. Probabile arabismo attraverso il normanno.

Nella musica

La pizzica salentina — il tarantismo, il ballo della taranta — ha connessioni profonde con le culture del Mediterraneo orientale che gli studiosi non hanno ancora del tutto decifrato. Il ritmo ossessivo, la funzione terapeutica del ballo, il ruolo della musica come guarigione da un veleno reale o metaforico: tutti questi elementi hanno paralleli nel mondo delle musiche tradizionali arabe e berbere del Nord Africa. Non è certezza storica — è un’ipotesi affascinante che nessun musicologo ha ancora escluso del tutto.

Il paradosso della Puglia che non sa di essere araba

C’è qualcosa di strano nel modo in cui questa storia è stata sepolta.

La Puglia è la regione italiana che ha avuto il contatto più diretto, più lungo e più strutturato con il mondo islamico nella penisola. L’unico emirato arabo d’Italia era qui. La più grande comunità musulmana medievale dell’Italia continentale era qui. Le torri saracene che punteggiano la costa sono qui, da Leuca al Gargano.

Eppure questa storia è quasi assente dalla narrativa turistica, dall’identità regionale, dall’insegnamento scolastico locale.

Si parla di Magna Grecia. Si parla di Normanni. Si parla di Federico II. Si parla di Barocco leccese. Ma dell’eredità araba si parla poco — forse perché è più scomoda da maneggiare, forse perché è meno visibile nei monumenti ancora in piedi, forse perché la storia medievale del Sud Italia è stata scritta per lo più da chi aveva interesse a sottolineare la continuità cristiana e occidentale della regione.

Il problema è che quella storia non si può ignorare.

Quando un barese dice tavùte sta parlando arabo. Quando un salentino balla la pizzica sta usando un tamburo il cui nome viene da Baghdad. Quando guardate una torre sul promontorio stavate vedendo la risposta a duecento anni di attacchi che venivano dall’altra sponda del Mediterraneo.

L’eredità araba della Puglia non è una parentesi esotica della storia regionale. È uno degli strati su cui questa regione è costruita. Uno strato che non è mai del tutto scomparso — si è solo nascosto nelle parole, nelle pietre, nei ritmi.

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