Siamo arrivati a Leverano per caso, in una mattina di aprile che aveva già deciso di essere estate. Venivamo da Porto Cesareo — dieci minuti di campagna salentina, vigneti piatti fino all’orizzonte, qualche masseria bianca tra gli ulivi — e avevamo visto la torre dal finestrino dell’auto prima ancora di entrare in paese. Ventotto metri di pietra che emergono dai tetti bassi del centro come se qualcuno avesse dimenticato lì un monolite di un altro secolo. E in effetti è esattamente quello. Ci sono fermati.
Il borgo salentino di Leverano
Nel cuore del Salento, a pochi chilometri dalle acque cristalline dello Ionio, sorge Leverano, un borgo che incarna l’anima più autentica della provincia di Lecce. Conosciuta come la “Città dei Fiori“, come Terlizzi, ma anche del vino, Leverano accoglie il visitatore con un centro storico curato, dove le strette viuzze e le caratteristiche case a corte raccontano secoli di tradizione agricola e nobiltà rurale.
Visitare uno dei borghi più belli della Puglia significa immergersi in un’atmosfera sospesa nel tempo, dove l’imponenza delle architetture militari sveve si fonde con la raffinatezza del barocco leccese, il tutto incorniciato da un paesaggio di vigneti infiniti e masserie storiche che costellano la terra d’Arneo.
La torre che il Sindaco usava per l’asino
La Torre Federiciana di Leverano è monumento nazionale dal 1870 — una delle designazioni più antiche in assoluto per un edificio pugliese, conseguita appena nove anni dopo l’Unità d’Italia, quando il neonato Stato italiano stava ancora decidendo cosa valesse la pena conservare.
Fu edificata da Federico II nel 1220 per difendere il paese dalle incursioni dei pirati africani che spesso venivano a derubare la provincia approfittando della costa bassa e non munita di alcuna fortezza, e del facile approdo nel porto Cesareo.
Visita all’interno della torre
Stando in piazza a guardare su, l’impressione è quella di un edificio sproporzionato rispetto al contesto — troppo alto, troppo massiccio, con quei merli sommitali che sembrano usciti da un’illustrazione medievale. L’interno, che abbiamo visitato salendo la scala elicoidale che collega i piani, conserva una volta a crociera nell’ultimo livello che da sola vale il viaggio: la pietra leccese lavora la luce come sa fare solo qui.
La storia dello ‘zangune’
Ma la cosa che ci è rimasta più impressa è un aneddoto che non ci aspettavamo.
Si racconta che dalla cima della torre spuntava un gigantesco e irraggiungibile «zangune», verdura selvatica utilizzata in molte ricette popolari. In quell’epoca di penuria, la brama di possedere lo «zangune» era quasi un’ossessione, tanto che dovette intervenire il Sindaco con un decreto che riservava la meravigliosa pianta al suo amato asinello )(https://www.youtube.com/watch?v=ILVRlZLq0Kw&t=223s).
Un Sindaco che emette un decreto per riservare una pianta selvatica al proprio asino. Non abbiamo trovato questa storia in nessuna guida turistica. Ma è esattamente il tipo di dettaglio che spiega un posto meglio di qualsiasi descrizione architettonica.
Il nome Leverano, origine e significato
Prima di camminare per il centro storico, ci siamo seduti in un bar in piazza e abbiamo chiesto al barista la storia del paese. Non era la domanda più normale del mondo, ma lui non si è stupito — i salentini hanno una pazienza antica verso chi fa domande strane.
Si dice che il nome Leverano derivi da un termine chiamato “Liberanium”, che alla fine si è trasformato in “Liberano” e poi in “Leveranum”, per diventare infine Leverano. Questo nome in greco antico significa “zona umida” o “acquitrinosa”, e fa riferimento al fatto che la zona era molto paludosa e piena d’acqua prima che fossero fatte delle bonifiche per renderla adatta alla vita.
Una città che si chiama “zona paludosa” e che oggi è uno dei maggiori centri di florovivaismo a livello nazionale, con serre di fiori che riforniscono tutta Italia. Il contrasto era abbastanza bello da valere un caffè in più.
La Chiesa Madre e il coro ligneo che nessuno fotografa
La Chiesa Madre della Santissima Annunziata è a cinquanta metri dalla torre. Ci siamo entrati senza grandi aspettative — troppe chiese pugliesi del XVI secolo si assomigliano — e ci siamo trovati davanti a qualcosa che non avevamo calcolato.
Il coro ligneo a ventiquattro stalli è intagliato con una precisione che fa fermare. Non è la grandiosità delle cattedrali di Trani o di Otranto: è la cura di qualcosa fatto per durare in silenzio, senza turisti, senza cartelli illustrativi, senza nessuno che ti spieghi cosa sta guardando. Ci si deve sedere davanti e capirlo da soli.
Storia della Chiesa Madre
Costruita tra il 1582 e il 1603 in uno stile che gli storici dell’arte definiscono “pre-barocco” — la transizione tra Rinascimento e Barocco, quando la pietra leccese stava imparando che poteva diventare qualsiasi cosa — la chiesa ha la facciata in carparo sormontata da una cuspide catalano-durazzesca: un dettaglio gotico tardivo che arriva direttamente dalla Spagna aragonese, qui nel mezzo del Salento, come un ricordo pietrificato di chi aveva governato questo territorio per due secoli.
Il post terremoto del 1743
Dopo il terremoto del 1743 — quello che riformulò gran parte dell’architettura religiosa del Salento meridionale — l’interno fu arricchito. Le tele del XVII secolo alle pareti sono di qualità disomogenea, come spesso accade nelle chiese di provincia dove i committenti potevano permettersi chi era disponibile, non chi era bravo. Ma quella disomogeneità racconta anche la storia di una comunità che non stava cercando di impressionare il mondo: stava cercando di pregare con quello che aveva.
Il centro storico: le case a corte e il silenzio delle undici
Leverano ha il tipo di centro storico che diventa invisibile agli occhi di chi viaggia veloce. Non ha un monumento-cartolina, non ha una piazza fotogenica, non ha quell’elemento singolo che finisce su Instagram e fa arrivare i pullman.
Ha invece le case a corte — la soluzione abitativa tipica del Salento interno, dove lo spazio aperto centrale fungeva da cuore della vita domestica e lavorativa. Cortili che si aprono all’improvviso dietro un portone scrostato, con i vasi di basilico sul davanzale e la scala esterna che porta al piano superiore. Spazi che non sono stati restaurati per i turisti perché non ci sono abbastanza turisti per giustificare il restauro — e che per questo conservano una qualità di autenticità che i borghi più famosi hanno perso.
Abbiamo camminato per il centro dalle undici alle tredici. Abbiamo incrociato tre persone. Due anziani seduti fuori da un bar che non abbiamo capito se fosse aperto o chiuso. Un ragazzo su uno scooter. Il resto era silenzio, pietra e il profumo di qualcosa che cuoceva dietro una finestra chiusa. È il Salento che non è ancora diventato uno scenario.
La Terra d’Arneo e i vigneti infiniti
Leverano non è solo il paese: è il territorio che la circonda. La cittadina fa parte del territorio denominato Terra d’Arneo ed è sede dell’omonimo Ecomuseo, nato per tutelare le biodiversità e le tradizioni della zona.
La Terra d’Arneo è quella fascia di entroterra ionico che va da San Pietro in Bevagna a Torre dell’Inserraglio — una pianura quasi piatta, con i vigneti che si stendono fino a dove riesci a guardare e qualche macchia di pini che di tanto in tanto interrompe la linea dell’orizzonte.
È qui che nasce il Leverano DOP — uno dei pochi casi in cui la denominazione coincide esattamente con un solo comune, senza allargamenti o compromessi geografici. Aziende vinicole di grande prestigio, come la Cantina Vecchia Torre, aprono le loro porte ai visitatori, offrendo degustazioni guidate che permettono di apprezzare i vini locali in un contesto suggestivo.
Il Negroamaro di Leverano
La Cantina Vecchia Torre è nata nel 1959, quando quarantaquattro contadini leveranesi hanno firmato un atto notarile e comprato le prime vasche in cemento. Il nome non è un omaggio poetico: viene letteralmente dalla torre federiciana, che da lì si vede. In sessant’anni quella cooperativa ha portato il Negroamaro di Leverano in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone.
Ho fatto la degustazione nel primo pomeriggio. Il Leverano Rosso Riserva DOP — Negroamaro e Malvasia Nera, affinato in botti di rovere — ha quel carattere caldo e avvolgente che i vini del Salento ionico esprimono meglio degli altri: non una brutalità alcolica ma una presenza, come di qualcosa che sa dove si trova e non ha bisogno di spiegarselo.
Leverano in Fiore: quando il paese cambia faccia
Non eravamo lì nel periodo giusto per vederlo, ma ce lo hanno descritto con la precisione di chi racconta una cosa importante.
In primavera e in estate, il centro storico di Leverano si trasforma per “Leverano in Fiore“: i maestri floricultori del paese — che non è un vezzo dire “maestri”, perché Leverano è uno dei maggiori centri di produzione floricola a livello nazionale — rivestono i monumenti di composizioni floreali. La Torre Federiciana, la facciata della Chiesa Madre, i portali dei palazzi nobiliari diventano supporti per installazioni di fiori.
Non è la sagra. Non è il presepe vivente. È qualcosa che succede perché questa comunità produce fiori in quantità industriale tutto l’anno, dentro serre che non si vedono perché sono nelle campagne intorno, e a un certo punto qualcuno ha deciso che era giusto portarli in piazza.
Come abbiamo raggiunto Leverano
Leverano è a 25 chilometri da Lecce, a dieci minuti da Porto Cesareo, a un quarto d’ora da Gallipoli. È nel mezzo di tutto il Salento che vale la pena vedere — e per questo ci si passa spesso senza fermarsi.
La posizione geografica di Leverano la rende la base ideale per esplorare la costa ionica, situata a soli dieci minuti di auto.
Località rinomate come Porto Cesareo, Torre Lapillo, Punta Prosciutto e l’area marina protetta di Porto Selvaggio sono facilmente raggiungibili, offrendo un contrasto perfetto tra la quiete del borgo rurale e la vivacità del mare. Ma vale la pena esplorare anche l’immediata campagna leveranese, dove si ergono numerose masserie storiche. I complessi fortificati, testimoni di un’economia agraria d’altri tempi, sono stati in molti casi recuperati come agriturismi o strutture di charme, dove è possibile assaporare la cucina casereccia fatta di orecchiette, frise e pasticciotti leccesi, immersi tra ulivi secolari e il silenzio della terra d’Arneo.
Perchè torneremo a Leverano
Leverano è stata per noi una meta improvvisata, non prevista: la sensazione al primo impatto può essere quella di un posto che non vi cambierà la vita. Ma una mattina lì — la torre, la chiesa, il centro storico vuoto, il Negroamaro in cantina — vi darà qualcosa che i borghi più famosi non riescono più a dare: la sensazione di essere arrivati in un posto che non stava aspettando voi.
Siamo ripartiti con una bottiglia di Riserva e l’intenzione di tornare in maggio, quando i fiori coprono la pietra.
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