Galatina e il ragno che non c’è più: cosa resta del rito delle tarantate (e dove cercarlo)

Galatina Galatina

Nel cuore del Salento, a metà strada tra il Mar Ionio e l’Adriatico, sorge Galatina, una città che custodisce nelle sue pietre e nelle sue tradizioni l’essenza più profonda e arcaica della cultura pugliese

C’è un pozzo, nel cortile sul retro di una cappella del Settecento, che per due secoli ha avuto un solo compito: dare acqua a chi credeva di morire. Non di sete. Di un morso. Quello della taranta — un ragno, forse, o forse solo un nome per qualcos’altro che non si poteva dire ad alta voce.

La leggenda della Cappella di San Paolo

Secondo la leggenda, San Paolo avrebbe concesso ai proprietari della casa l’immunità dai morsi dei ragni velenosi come ringraziamento per l’ospitalità ricevuta. Per secoli, ogni 29 giugno, le “tarantate” giungevano da ogni angolo del Salento a Galatina per chiedere la grazia al Santo.

All’interno della cappella, le donne bevevano l’acqua del pozzo miracoloso e davano inizio a una danza frenetica, un esorcismo musicale che mirava a espellere il veleno attraverso il sudore e il movimento incessante, accompagnato dal violino e dal tamburello.

Il pozzo della Cappella oggi

Oggi quel pozzo c’è ancora, nella Cappella di San Paolo a Galatina. Le tarantate no, o quasi: l’ultimo rito autentico, quello vero, fatto di crisi reali e non di rievocazione, si è spento insieme alle ultime donne che lo vivevano sulla pelle. Eppure ogni 28 e 29 giugno Galatina si riempie ancora di tamburelli, e capire perché — cosa resta oggi di un rito che la scienza non è mai riuscita a spiegare del tutto — vale più di qualunque elenco di chiese da fotografare.

Legame tra Galatina e la Taranta

Galatina rappresenta il punto di convergenza di antiche credenze contadine e fervore religioso, rendendola una tappa imprescindibile per chiunque voglia comprendere le radici della Taranta.

Il legame indissolubile tra Galatina e la Taranta affonda le sue radici nel rito del tarantismo, un disturbo psichico e fisico simbolicamente attribuito al morso della tarantola, un ragno mitologico che in realtà rappresentava il malessere interiore e l’oppressione sociale, specialmente delle donne nel mondo rurale.

Un rito che la medicina non sapeva curare

Negli anni Cinquanta, quando il fenomeno del tarantismo era ancora una ferita aperta nelle campagne salentine, un gruppo di etnologi, psichiatri e antropologi guidato da Ernesto De Martino arrivò a Galatina per studiarlo da vicino. Ne nacque La terra del rimorso, uno dei testi più citati dell’antropologia italiana del Novecento. La tesi di De Martino era tanto semplice quanto spiazzante: il morso del ragno, vero o presunto che fosse, era spesso il solo linguaggio che una società rigidissima concedeva alle donne per esprimere un dolore, un trauma, una crisi che altrimenti non avrebbero mai potuto nominare. La danza — convulsa, fisica, a volte violenta — non era spettacolo. Era terapia, l’unica disponibile, fuori da ogni ambulatorio.

Le ‘tarantate’

Le “tarantate” venivano portate in pellegrinaggio fino a Galatina, nella cappella dedicata a San Paolo — il santo a cui, nel tempo, la Chiesa aveva legato un rito che in origine non aveva nulla di cristiano, e che secondo gli stessi studiosi affondava in riti ben più antichi, dionisiaci, mediterranei. Lì, davanti al pozzo, bevevano l’acqua che si credeva benedetta e ripetevano la danza-esorcismo finché non cadevano a terra, sfinite. Era quello il segno che il ragno, simbolicamente, le aveva lasciate.

Cosa resta oggi, e perché vale la pena andare a Galatina

Il rito vero, quello clinico e disperato raccontato da De Martino, non esiste praticamente più: le ultime tarantate si contavano già a fatica negli anni Settanta. Quello che resta — e che ogni anno richiama migliaia di persone tra il 28 e il 30 giugno, in occasione della festa dei patroni San Pietro e Paolo — è una rievocazione consapevole, tenuta viva da associazioni locali e dalla Notte della Taranta, il festival itinerante che attraversa decine di borghi della Grecìa Salentina e che a Galatina trova una delle tappe più cariche di significato.

L’evento della Notte della Taranta

Chi arriva in questi giorni trova tamburellisti che si riuniscono spontaneamente nelle strade a mezzanotte, danzatori che eseguono le figure tradizionali della pizzica-tarantata, bancarelle con i dolci tipici, e un’atmosfera che oscilla tra festa popolare e pellegrinaggio laico. La Cappella delle Tarantate, con il suo pozzo ancora visibile nel cortile, resta il punto da cui partire per capire cosa si sta davvero celebrando — non solo musica, ma il ricordo di una sofferenza reale che il Salento ha scelto di non dimenticare, trasformandola in qualcosa che si può ancora ballare insieme.

Il ritmo della pizzica

Quello che una volta era un rito di sofferenza e isolamento si è trasformato in una celebrazione della vita e dell’appartenenza territoriale. La città attira oggi studiosi, musicisti e appassionati da tutto il mondo, desiderosi di riscoprire il ritmo della “pizzica pizzica”. Il passaggio dal rito alla festa non ha cancellato la memoria storica, ma ha permesso a Galatina di proiettarsi nel futuro come capitale della world music mediterranea, mantenendo intatto il fascino del mistero.

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