Secondo la leggenda popolare, come sempre in questi casi non corredata da sufficienti documenti storici, nel marzo del 1650, a Laterza, nevicò come nessuno ricordava da una vita intera. I vecchi, racconta sempre la vulgata locale, ne parlavano la sera davanti al camino come di un evento mai visto.
In campagna, le settemila pecore del marchese Giovan Battista III d’Azzia restarono sepolte sotto la neve per giorni, senza erba fresca, e molte non sopravvissero. Della loro morte venne incolpato il massaro che le custodiva, Paolo Tria: un uomo onesto, dicono le cronache, che si era consumato in ricerche disperate per salvarle senza riuscirci.
È in mezzo a questa disperazione concreta — non in un momento di pace, ma in uno di colpa e paura — che la tradizione colloca l’apparizione che ha dato origine al santuario più importante di Laterza (fonte: https://www.santuaritaliani.it/santuario/mater-domini/).
Un’apparizione nata dalla disperazione di un innocente
Il 23 marzo 1650, Paolo Tria si rifugiò in una grotta vicino al paese, la stessa che oggi si trova sotto l’attuale santuario. Lì, secondo il racconto tramandato, la Vergine gli apparve. Quando il pastore, sopraffatto, tornò a cercarla con lo sguardo, vide che la stessa immagine che gli aveva parlato era ora dipinta sulla parete della grotta, dove prima non c’era nulla: un volto incorniciato da un manto azzurro, il Bambino in braccio, la mano destra alzata in un gesto di benedizione.
Da quel momento la piccola chiesa che già esisteva in quel luogo — dedicata fino ad allora a Santa Domenica, o Santa Ciriaca in greco — cambiò nome e destino. Iniziò a essere venerata come luogo della Mater Domini, e nel giro di un secolo, tra il 1736 e il 1753, accanto alla grotta originaria venne costruito il santuario che si vede ancora oggi, con il suo riconoscibile campanile dal cappello a cipolla, di gusto quasi orientale.
La cripta che racconta 7 secoli in una sola stanza
Quello che rende Mater Domini un caso raro, però, non è solo la leggenda dell’apparizione: è quello che si trova scendendo nella cripta sottostante, scavata letteralmente nella roccia secondo una tecnica che gli storici dell’arte chiamano “architettura in negativo” — non costruita, ma sottratta alla pietra. Lì dentro convivono, sulle stesse pareti, opere che attraversano sette secoli di storia dell’arte sacra pugliese.
C’è l’affresco di Santa Domenica, o Santa Ciriaca, datato all’XI secolo: un’eredità diretta dei monaci bizantini che, fuggiti dalla persecuzione iconoclasta a Bisanzio, portarono fin qui la loro arte e il loro bisogno di ricoprire di immagini sacre ogni superficie disponibile. Accanto, la Madonna Odigitria — “colei che indica la via”, dal greco — risalente alla fine del Duecento, recentemente ridatata dopo un restauro e attribuita alla cerchia del pittore Rinaldo da Taranto. Più avanti nel tempo, un San Girolamo penitente e un’Incoronazione della Vergine del Seicento. E infine, a chiudere idealmente questo racconto per immagini durato sette secoli, le lunette dipinte negli anni Quaranta del Novecento dall’artista romano Giuseppe Ciotti.
Nessun’altra cripta della zona offre una stratificazione artistica così lunga e leggibile in un solo ambiente: bizantini, normanni, barocco, fino al pieno Novecento, tutti sovrapposti nello stesso buio sotto la stessa collina.
Cosa vedere e quando
Il santuario è ancora oggi il cuore della vita religiosa di Laterza: ogni 18 maggio, il “Sacro Quadro” conservato in sacrestia viene portato in processione e resta esposto fino alla domenica successiva, in una festa che dura giorni e che riempie le strade del paese. Ma è la cripta, più della chiesa superiore, a meritare la sosta più lenta: pochi luoghi in Puglia permettono di vedere, fianco a fianco, l’arte di mondi così distanti tra loro nel tempo, uniti solo dal bisogno — identico in ogni secolo — di dare un volto a ciò in cui si crede.
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