La Cantina della Disfida di Barletta. Storia, visita e cosa sapere prima di entrare

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C’è un palazzo del Trecento in via Cialdini, nel centro storico di Barletta, con un’insegna in ferro battuto sopra un passaggio che scende verso il basso. L’insegna dice Antica Taverna del Sole. Sotto, nei sotterranei, c’è una stanza con le volte a botte, le pareti in pietra, un grande camino, le armature nei muri e gli stemmi dei ventisette cavalieri appesi come in un refettorio medievale. È la Cantina della Disfida — il luogo dove, nel gennaio del 1503, nacque uno degli episodi più celebri della storia italiana. Non la battaglia, che avvenne altrove. Il momento che la rese necessaria: l’offesa, il silenzio, la risposta.

Entrare in questo posto richiede pochi minuti e non costa niente. Capire cosa ci si trova dentro richiede sapere la storia.

Il contesto: Barletta nel 1503, quartier generale spagnolo

Per capire cosa successe in quella cantina bisogna capire dove si trovava l’Italia nel 1503. Non era un paese — era una penisola contesa. La guerra tra francesi e spagnoli per il controllo del Regno di Napoli aveva portato gli spagnoli a stabilire a Barletta il loro quartier generale, con il Gran Capitano Consalvo Fernandez de Cordoba a comandare le operazioni. I francesi premevano da nord. Gli spagnoli resistevano a sud, con le loro poche roccaforti in Puglia e Calabria. I cavalieri italiani — provenienti da ogni angolo della penisola — combattevano sotto l’egida spagnola non per scelta ideologica ma perché era l’unica alternativa all’occupazione francese.

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In questo clima teso, febbrile, fatto di scaramucce quotidiane e di una guerra che non si decideva mai, le truppe di Diego de Mendoza catturarono e tradussero a Barletta vari soldati francesi, tra cui il nobile Charles de Torgues, soprannominato Monsieur Guy de la Motte. I prigionieri non venivano imprigionati nel senso moderno del termine — secondo i codici cavallereschi dell’epoca venivano ospitati, trattati con rispetto, nell’attesa del riscatto. E così accadde a Barletta.

Il banchetto e l’offesa

Il 15 gennaio 1503 i prigionieri furono invitati a un banchetto organizzato da Consalvo da Cordova in una cantina locale. Era il modo in cui funzionava la cavalleria del tempo: nemici a tavola insieme, rispetto formale, vino, cibo, conversazione. La cantina era quella che oggi si chiama Cantina della Disfida — allora nota come Casa di Veleno, nome dal significato incerto ma che già da solo suggerisce un luogo non esattamente tranquillo.

A tavola, de la Motte contestò il valore dei combattenti italiani, accusandoli di codardia. Non fu un’offesa generica — fu precisa, pubblica, insistita. I soldati italiani erano vili, diceva de la Motte. Non degni di essere comparati ai francesi. Infidi, inaffidabili, sempre sconfitti. I soldati italiani risposero ricordando di essere degni eredi dei romani che avevano dominato il mondo. Ma le parole non bastarono.

Lo spagnolo Íñigo López de Ayala difese con forza gli italiani, affermando che i soldati che aveva avuto sotto il suo comando potevano essere comparati ai francesi quanto a valore. Si decise così di risolvere la disputa con uno scontro: de la Motte chiese che si sfidassero tredici cavalieri per parte in un campo neutro, in una data precisa. Tredici italiani contro tredici francesi. Vince chi vince. La questione dell’onore si risolve sul campo.

I tredici cavalieri italiani

Prospero Colonna e Fabrizio Colonna si incaricarono di costruire la squadra italiana, scegliendo i migliori combattenti disponibili. Capitano dei tredici cavalieri italiani sarebbe stato Ettore Fieramosca, che si occupò anche dello scambio di missive con la controparte francese.

La figura di Ettore Fieramosca

Fieramosca era nato a Capua, figlio di una famiglia militare, e aveva già una reputazione come combattente. Non era il più famoso né il più potente dei cavalieri italiani dell’epoca — ma era quello che i Colonna scelsero per guidare la squadra, e questa scelta lo consegnò alla storia. Gli altri dodici erano uomini d’arme di quasi ogni provincia della penisola: un napoletano, un siciliano, un romano, un lombardo. Una rappresentanza geografica che nel Cinquecento non aveva ancora nessun senso politico ma che i commentatori successivi avrebbero riletto come il primo abbozzo di identità nazionale.

La sera prima dello scontro i cavalieri italiani pernottarono a Barletta, nella cui Cattedrale Fieramosca e gli altri seguirono la messa d’augurio e fecero giuramento di vittoria o di morte ai piedi dell’icona della Madonna dell’Assunta.

13 febbraio 1503: la battaglia nella piana

Lo scontro ebbe luogo il 13 febbraio 1503 nella contrada Sant’Elia, nella piana tra Andria e Corato, un territorio neutro all’epoca sotto giurisdizione veneziana. Non era territorio di nessuno — era il campo neutro che entrambe le parti avevano scelto proprio perché nessuno poteva rivendicarne il controllo.

Il combattimento era regolato secondo le norme della cavalleria: lance, spade, scudi, armature complete. Non era una battaglia campale ma un duello organizzato, con giudici e testimoni. Durò diverse ore. Il confronto si concluse con la vittoria degli italiani, che trionfanti fecero ritorno a Barletta con al seguito i francesi. De la Motte fu catturato. L’onore era ristabilito.

La vittoria italiana e l’eco dell’evento

L’eco dell’evento si diffuse rapidamente. Ne scrissero Guicciardini e Machiavelli. Tre secoli dopo, nel 1833, Massimo d’Azeglio ci costruì sopra uno dei romanzi fondativi del Risorgimento italiano: Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, un romanzo storico-patriottico comparso proprio negli anni in cui i moti liberali si trasformavano in guerre nazionali di indipendenza, in cui Fieramosca emerge come emblema di virtù cavalieresca ed eroe dell’identità italiana ante litteram. Il romanzo fu letto da Alessandro Manzoni in bozza e ottenne il suo approvazione — e questo contribuì non poco alla sua fortuna. Fu attraverso d’Azeglio che la Disfida smise di essere un episodio di storia militare minore e diventò mito fondativo.

Cosa vedere oggi nella Cantina della Disfida

La storica osteria, un tempo conosciuta come Casa di Veleno, è l’edificio oggi noto come Cantina della Disfida di Barletta. Si trova nei sotterranei di un palazzo trecentesco in via Cialdini, nel cuore del centro storico di Barletta, acquistato nel 1938 dal Comune di Barletta per quattrocentomila lire e trasformato in spazio museale aperto al pubblico.

L’ingresso avviene scendendo una rampa di gradini che porta sotto il livello della strada. L’ambiente è quello di una cantina medievale autentica: volte a botte in pietra, muri spessi, luce bassa. L’antica insegna in ferro battuto che recita Antica Taverna del Sole accoglie il visitatore all’ingresso.

La ricostruzione del banchetto del 1503

All’interno si trovano diversi elementi che ricostruiscono l’atmosfera del banchetto del 1503. Le pareti sono ornate con gli stemmi araldici dei tredici cavalieri italiani e dei tredici francesi che parteciparono al duello storico. Ci sono armature complete, armi, oggetti della vita quotidiana medievale — boccali, panche, tavoli larghi in legno grezzo, sgabelli. Dei lampadari in ferro battuto e lanterne a muro forniscono una luce calda che richiama l’atmosfera della Barletta rinascimentale. Al centro di una delle sale campeggia un grande camino in pietra, che era il punto di calore e di raduno della taverna originale.

Le armature esposte

Da notare, tra le armature esposte, quella utilizzata nel film Il Soldato di Ventura del 1976 con Bud Spencer nel ruolo di Fieramosca — un dettaglio curioso che dice qualcosa di come questa storia abbia attraversato anche la cultura popolare italiana del Novecento.

Durata della visita

La visita dura circa un quarto d’ora se ci si limita a guardare, più del doppio se si conosce la storia e ci si ferma a leggere gli stemmi, a individuare i ventisette cavalieri, a immaginare quella sera del 15 gennaio 1503 quando tutto questo iniziò.


Informazioni pratiche per la visita

Come arrivare. La Cantina della Disfida si trova in via Cialdini, nel centro storico di Barletta, a pochi passi dalla Pinacoteca De Nittis e dalla Cattedrale. Camminando dal castello normanno ci vogliono circa cinque minuti.

Orari. La cantina è aperta tutti i giorni tranne il lunedì, il 1° gennaio, il 15 agosto e il 25 dicembre. Da ottobre ad aprile: 9:00–13:00 e 15:00–19:00. Da maggio a settembre: 10:00–14:00 e 16:00–20:00. Prima di organizzare la visita è comunque consigliabile verificare gli orari aggiornati contattando direttamente il Comune di Barletta, poiché possono subire variazioni.

Ingresso. Gratuito.

Quanto tempo dedicarci. Quindici minuti se si va di fretta, mezz’ora se si vuole capire cosa si sta guardando. La visita acquista molto di più se si conosce la storia prima di entrare — leggere questo articolo prima di scendere quei gradini non è una cosa inutile.

Come inserirla in un itinerario. La Cantina si inserisce naturalmente in un percorso del centro storico di Barletta che include il Castello normanno svevo, la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, il Colosso romano e la Pinacoteca De Nittis. Mezza giornata è sufficiente per vedere tutto con calma.

Curiosità che le guide non riportano

Quello che quasi nessuna guida racconta è la dimensione politica originale dell’episodio: la Disfida non fu uno scontro tra italiani e francesi in senso moderno, perché l’Italia come nazione non esisteva. Fu uno scontro tra mercenari di diverse origini sotto bandiere spagnole e mercenari francesi, in una guerra che riguardava il controllo di un regno. La sua trasformazione in episodio fondativo dell’identità nazionale italiana avvenne trecento anni dopo, nelle mani di d’Azeglio, in un momento in cui il Risorgimento aveva bisogno di eroi e di precedenti storici. Fieramosca era perfetto: coraggioso, italiano, vincitore. Che la sua italianità fosse una costruzione letteraria ottocentesca è un dettaglio che la storia ha preferito dimenticare — ma che rende il personaggio, e questo luogo, ancora più interessanti di quanto sembrino a prima vista.

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