Come nasce la burrata di Andria: dentro un caseificio artigianale alle quattro di mattina

Sono le quattro di mattina e nel caseificio fa già caldo. Non il caldo dell’estate pugliese — quello viene dopo, tra qualche ora, quando la città si sveglia — ma il caldo umido e bianco del latte appena riscaldato, del vapore che sale dalle vasche in acciaio, dell’acqua che bolle nei grandi tegami sul fuoco. I casari sono già al lavoro da un’ora. Sul bancone di marmo bianco ci sono decine di palline di pasta filata ancora calde, schierate in fila come fanno ogni mattina, come hanno fatto i loro padri e i padri dei loro padri.

La burrata di Andria si produce così, ogni giorno, prima che la città si svegli. È un lavoro che non ammette ritardi e non ammette recuperi: il latte arriva fresco la sera prima, va lavorato entro la mattina, il prodotto finito va consegnato entro il primo pomeriggio. Quello che non si vende oggi non si può vendere domani. Non come la burrata industriale, che dura quattordici giorni in vaschetta sigillata. Quella artigianale dura ventiquattr’ore — e in quelle ventiquattr’ore è una cosa completamente diversa.

Storia della burrata di Andria

La storia della burrata di Andria nasce nei primi decenni del Novecento, durante una forte nevicata che rese impossibile portare il latte in città dalle masserie. Il protagonista si chiama Lorenzo Bianchino — o forse Lorenzo e suo fratello Vincenzo, le fonti non concordano su questo dettaglio — e lavora in una masseria sull’Alta Murgia. Isolato dalla neve con ettolitri di latte fresco che non può trasportare e non può sprecare, fa quello che fanno i bravi artigiani quando le circostanze li mettono alle strette: inventa.

L’invenzione di Lorenzo Bianchino

Bianchino ebbe l’idea di creare un sacchetto di pasta filata in cui racchiudere degli sfilacci fatti della stessa pasta, immersi nella panna che affiorava dal latte — la cosiddetta stracciatella — richiuse il tutto e modellò con cura l’imboccatura donandole la caratteristica forma apicale.

Il principio non era del tutto nuovo. Si ispirava alle mantèche, involucri di pasta filata stagionata in cui veniva conservato il burro — un prodotto già conosciuto nella tradizione casearia pugliese. La differenza stava nel ripieno: invece del burro, ci mise la stracciatella fresca immersa nella panna. Il risultato era qualcosa che non esisteva ancora: cremoso dentro, elastico fuori, con un sapore di latte fresco che non assomigliava a nessun altro formaggio.

Il nome le è stato attribuito proprio per richiamare il sapore burroso del suo cuore gustoso e non, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, al fatto che il suo ripieno sia arricchito di burro durante la lavorazione.

La diffusione fuori dalla Puglia

Da quella masseria sull’Alta Murgia, la burrata ha impiegato decenni a diffondersi fuori dalla Puglia. Per anni è rimasta un prodotto locale, consumato nel raggio di pochi chilometri dal luogo di produzione perché non reggeva il trasporto. Poi è arrivata la catena del freddo, poi la grande distribuzione, poi i ristoranti stellati di Milano e Londra. Nel 2016 la burrata è diventata un’Indicazione Geografica Protetta, tutelata dal Consorzio Tutela Burrata di Andria IGP. Oggi la si trova in tutto il mondo. Ma quella che si mangia ad Andria, alle dieci di mattina, comprata direttamente al caseificio, è ancora un’altra cosa.

Cosa succede nel caseificio tra le tre e le otto di mattina

Il processo di produzione della burrata artigianale si divide in fasi precise, ognuna delle quali richiede mani esperte e tempi che non si possono comprimere.

Il latte arriva la sera prima. I caseifici artigianali di Andria selezionano gli allevamenti fornitori con attenzione: il latte deve essere fresco, locale, con caratteristiche costanti. Viene conservato in celle refrigerate a temperatura controllata e lavorato entro poche ore dalla consegna. La qualità del prodotto finale dipende in misura determinante dalla qualità del latte di partenza — è la prima e più importante variabile su cui il casaro non può intervenire dopo il fatto.

La coagulazione e la cagliata. Il latte viene riscaldato e addizionato con caglio — l’enzima che provoca la coagulazione delle proteine del latte. Si forma la cagliata, la massa solida che viene poi separata dal siero. Questa fase richiede temperatura e tempi precisi: troppo caldo o troppo freddo e la cagliata non ha la struttura giusta per essere filata.

La filatura. È il momento più fisicamente impegnativo e tecnicamente complesso. La cagliata viene tagliata a pezzi e immersa in acqua caldissima — quasi bollente — e i casari cominciano a lavorarla con le mani e con lunghi bastoni di legno, tirandola, piegandola, stirandola fino a quando non diventa liscia, lucida ed elastica. Questa è la pasta filata: lo stesso impasto che serve sia per il sacchetto esterno sia, ridotto in sfilacci sottili, per il ripieno. I mastri casari producono la stracciatella sfilacciando a mano e in modo irregolare la pasta filata per poi immergerla nella panna. È un lavoro che si fa con le mani nude immerse nell’acqua a ottanta gradi. I casari anziani hanno le mani che raccontano questa storia: la pelle indurita, le dita capaci di lavorare in condizioni che farebbero ritirare chiunque non sia abituato.

Il ripieno. Gli sfilacci di pasta filata vengono immersi nella panna fresca e mescolati fino a formare la stracciatella — il cuore cremoso della burrata. Il rapporto tra pasta filata e panna determina la consistenza del ripieno: troppa panna e il sacchetto non regge, troppo poca e il morso non ha quella cremosità che è la caratteristica principale del prodotto. È una proporzione che ogni casaro conosce a memoria e che non ha bisogno di essere misurata: la si sente nelle mani.

La formatura del sacchetto. A parte, i casari danno forma al sacchetto di pasta filata: tenace, resistente e consistente al punto giusto, viene riempito con la stracciatella e legato con la rafia. Prende forma così la testa che caratterizza la Burrata di Andria IGP: la tipica chiusura apicale è il segno distintivo che ne sottolinea il processo di produzione artigianale. Ogni burrata viene formata individualmente, a mano. La chiusura apicale — la piccola testa annodata in cima — non è solo estetica: è il sigillo che distingue la burrata artigianale da qualsiasi imitazione industriale. Nelle linee di produzione automatizzate quella chiusura non esiste, o è prodotta da una macchina e si vede.

Il riposo in acqua fredda. Le burrate appena formate vengono immerse in acqua fredda per fermare il processo di maturazione della pasta filata e stabilizzare la forma. Rimangono lì fino al momento del confezionamento e della consegna.

La differenza che si sente nel primo morso

Chi ha mangiato solo la burrata in vaschetta da supermercato e poi assaggia quella artigianale di Andria comprata al caseificio la mattina stessa capisce immediatamente la differenza — anche senza sapere spiegare perché.

La pasta filata esterna è più sottile e più elastica: si tende leggermente prima di cedere invece di rompersi subito. Il ripieno è più fluido, quasi liquido nella parte centrale, con gli sfilacci di pasta filata che si distinguono ancora e non sono diventati una crema omogenea. Il sapore è di latte fresco — non di formaggio stagionato, non di panna da cucina — con una dolcezza naturale che non ha bisogno di niente intorno per essere apprezzata. Il sale è appena percettibile.

Differenza con burrata industriale

La burrata industriale ha tempi di conservazione fino a quattordici giorni grazie al confezionamento in atmosfera modificata e all’utilizzo di acido citrico come correttore di acidità. Questi accorgimenti permettono la distribuzione su scala nazionale e internazionale ma modificano in modo irreversibile le caratteristiche organolettiche del prodotto. La pasta filata perde elasticità, il ripieno si compatta, il sapore di latte fresco si attenua.

La burrata artigianale non ha niente di tutto questo. Va consumata entro ventiquattr’ore dalla produzione, va tolta dal frigorifero almeno trenta minuti prima di mangiarla per ritrovare la temperatura ambiente, va servita senza condimenti elaborati — al massimo un filo d’olio extravergine, qualche pomodoro maturo, del pane pugliese. Tutto il resto è superfluo.

I caseifici artigianali di Andria: chi produce la burrata IGP

Il Consorzio Tutela Burrata di Andria IGP raccoglie i produttori certificati che rispettano il disciplinare di produzione. Tra i caseifici artigianali della città che portano avanti la tradizione con lavorazione manuale ci sono realtà di diverse dimensioni — dal piccolo laboratorio familiare alle aziende più strutturate che esportano in tutta Europa mantenendo però la filatura a mano.

Il Caseificio Montrone è uno dei nomi storici: ogni burrata è realizzata a mano in ogni sua parte, con la stracciatella prodotta sfilacciando manualmente la pasta filata prima di immergerla nella panna. Il Caseificio Asseliti & De Fato nel centro città, vicino allo stadio, è aperto tutti i giorni con orario continuato e produce formaggi tipici pugliesi ogni mattina con latte selezionato da allevamenti locali. Il Caseificio Olanda e il Caseificio Fratelli Nuzzi sono altri produttori del Consorzio con una lunga storia nel territorio andriese.

La cosa migliore che si può fare, se si è ad Andria, è arrivare direttamente a uno di questi caseifici in mattinata — tra le otto e le dieci è il momento ideale, quando la produzione è appena terminata — e comprare direttamente dal banco. Il prodotto è quello del giorno, spesso ancora leggermente tiepido. È l’unico modo per capire davvero di cosa si sta parlando quando si dice burrata di Andria.

Riconoscere la burrata artigianale: tre cose da guardare

Chi non ha esperienza può confondere la burrata artigianale con quella industriale anche a prima vista. Tre elementi aiutano a distinguerle.

Il primo è la chiusura apicale: nelle burrate artigianalil la testa in cima è formata dalla pasta filata stessa, ritorta e annodata a mano. Nelle versioni industriali questa chiusura è prodotta meccanicamente o sostituita da una legatura con rafia applicata su una forma già chiusa.

Il secondo è la consistenza al tatto: una burrata artigianale fresca si sente morbida e cedevole, quasi fragile, con il ripieno che si muove visibilmente all’interno. Una burrata che ha qualche giorno è più compatta, il ripieno si è addensato, la pasta filata esterna ha perso parte della sua elasticità.

Il terzo è il colore: la pasta filata di una burrata molto fresca ha un bianco leggermente perlato, quasi luminoso. Con il passare delle ore e dei giorni tende a diventare più opaca e a ingiallire leggermente sui bordi.

Una nota sulla conservazione e sul servizio

La burrata artigianale va conservata in frigorifero, immersa nella sua acqua di governo, e consumata entro ventiquattr’ore dall’acquisto. Va tolta dal frigorifero almeno trenta minuti prima di servirla: a temperatura ambiente il ripieno riprende la sua fluidità e il sapore si apre completamente. Servita fredda di frigorifero perde buona parte delle sue caratteristiche.

Non va salata ulteriormente — il sale è già nella pasta filata nella quantità giusta. Non va condita con aceto balsamico, con salse elaborate o con ingredienti che coprano il sapore del latte. Il miglior abbinamento rimane quello che usano ad Andria da sempre: pane pugliese bruschettato, pomodori maturi di stagione, un filo di olio extravergine locale. Tutto il resto è una sovrapposizione inutile su un prodotto che non ha bisogno di niente.

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