Esistono viaggi che pianifichi con mesi di anticipo, con hotel prenotati, ristoranti selezionati, orari di apertura salvati sul telefono. E poi esiste questo tipo di viaggio: quello in cui prendi un treno, noleggi un’auto e ti fai guidare dalla strada.
Cinque giorni on the road in Puglia, a settembre, quando il caldo estivo si è già temperato ma il cielo conserva quella luce che il resto d’Italia non ha. Un giro tra trulli, città barocche, due mari, lungomare e macellerie che fanno cucina. Non una guida — un racconto.
Giorno 1, Alberobello — I trulli di notte sono un’altra cosa
Il treno da Roma arriva a Bari nel primo pomeriggio. L’auto a noleggio mi aspetta fuori dalla stazione, e la direzione è già decisa: Alberobello, cinquanta chilometri a sud, nel cuore della Valle d’Itria.

Alberobello è uno di quei posti che hai visto così tante volte nelle fotografie — sui calendari, sulle cartoline, negli spot televisivi — che arrivi convinto di sapere già cosa troverai. E invece no.
I trulli — le costruzioni a secco di pietra calcarea con il tetto conico in lastre di chianca, il calcare locale, copme ci ha raccontato in un’intervista Giuseppe Palmisano, uno dei pochi trullari rimasti— non si capiscono finché non ci sei in mezzo. La fotografia non trasmette la scala: sono centinaia, ammassati uno sull’altro sul costone della collina, bianchi con i tetti grigi, con i simboli dipinti sulle cuspidi — croci, stelle, figure cosmologiche il cui significato è ancora oggi discusso dagli studiosi. La zona più densa è il Rione Monti, patrimonio UNESCO dal 1996, dove i trulli si succedono senza soluzione di continuità lungo vie lastricate che scendono verso il fondovalle.
È quasi il tramonto quando arrivo, il cielo è coperto, e c’è ancora molta gente — siamo a fine settembre, alta stagione di riflesso. Lascio i bagagli all’hotel Sant’Antonio in via Isonzo, proprio all’inizio dell’area pedonale, e faccio un primo giro senza meta.
La cena la scelgo leggendo le recensioni con calma: alla fine vince Coppino, con la formula senza fronzoli — “Orecchiette e Polpette Come Nonna Comanda”. Piatti di carta, porzioni generose, orecchiette al ragù di straccetti e polpette di manzo al sugo. Non c’è tovaglia, non c’è candela, non c’è storytelling sul menu. C’è solo il piatto, fatto bene.
Dopo cena torno tra i trulli. È buio, sono quasi vuoti. La luce artificiale che illumina le cuspidi bianche fa un effetto completamente diverso rispetto al tramonto: i trulli di notte sembrano emersi da un’altra dimensione, fermi, silenziosi. Vale la pena aspettare questa ora.
Giorno 2 — Dalla Valle d’Itria a Taranto, passando per il capocollo
La mattina si sveglia con la pioggia. Colazione in hotel, poi si parte ugualmente: la Valle d’Itria sotto la pioggia ha una sua qualità — la pietra calcarea diventa più scura, i colori si intensificano, le masserie lungo la strada emergono dalla nebbia bassa come presenze storiche.
Prima tappa: Locorotondo
Arrivo in macchina a Locorotondo, il nome viene dalla forma circolare del centro storico — locus rotundus, il luogo tondo — visibile ancora oggi nella planimetria del borgo, che si sviluppa in cerchi concentrici attorno alla sommità della collina. Le case sono bianche come ad Alberobello, ma il carattere è diverso: più ordinato, più silenzioso, con le tipiche cummerse — le abitazioni con il tetto a spiovente anziché a cono, tipiche di questa zona e distinte dai trulli. In piazza c’è un mercatino locale. Mi fermo per un caffè in un bar del centro e resto ferma una mezz’ora a guardare la gente del paese che compra verdure.
Seconda tappa: Martina Franca
Capoluogo culturale della Valle d’Itria, in provincia di Taranto, Martina Franca è una delle città barocche più eleganti del Sud Italia. Il centro storico è chiuso al traffico, le strade sono lastricato di pietra bianca, i palazzi nobiliari hanno facciate scolpite con la stessa generosità decorativa che si trova a Lecce. Piazza Roma — il cuore del borgo, con il Palazzo Ducale e la Collegiata di San Martino — è una delle piazze più belle della Puglia, e la poca fama rispetto ad altri borghi regionali la rende godibile senza code.

Il pranzo lo trovo in una macelleria vicino a Piazza Crispi: panino con capocollo di Martina Franca, il salume più famoso della Valle d’Itria. Il capocollo martinese è un PAT — Prodotto Agroalimentare Tradizionale — riconoscibile per il processo di affumicatura con corteccia di fragno e vinacce che gli dà un profilo aromatico unico nel panorama dei salumi italiani. Mangiato in piedi, al banco, con carta oleata sotto. Il modo giusto.
Terza tappa: Taranto
Arrivo nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo, a Taranto. Percorro la città in macchina prima di scendere a piedi. Taranto è una città che sorprende chi arriva senza aspettative — che è il modo giusto per arrivarci. Il centro storico sorge su un’isola calcarea tra il Mar Grande e il Mar Piccolo, collegata alla terraferma dal celebre Ponte Girevole: un ponte di ferro costruito nel 1887, ancora funzionante, che si apre in due tronconi per permettere il passaggio delle navi militari verso l’Arsenale. Quando lo vedrete aprirsi — non sapete quando, non ci sono orari fissi — il traffico si ferma, le sirene suonano, e la città si prende venti minuti di pausa involontaria.
La passeggiata lungo il lungomare Vittorio Emanuele II nel tardo pomeriggio, con il Mar Grande che si accende di rosa al tramonto, è uno dei momenti più belli del viaggio. Un panorama suggestivo da ammirare, immaginando nella testa la leggenda della fondazione di Taranto con il mito di Falanto.
Quarta tappa: hinterland di Bari
La sera la trascorro nell’hinterland barese: si inizia con Bitetto, un piccolo centro a una quindicina di chilometri da Bari, immerso negli uliveti che danno uno degli oli più apprezzati della zona. Il suo centro storico, raccolto e silenzioso, custodisce un gioiello del romanico pugliese: la Cattedrale di San Michele Arcangelo, con la facciata in pietra chiara impreziosita da un elegante rosone. Il paese è legato anche alla figura del Beato Giacomo, frate francescano molto venerato, a cui è dedicato il santuario cittadino. Poggio i bagagli all’hotel Corte Noi, dove alloggerò per una notte.
Per cena mi sposto poi a Triggiano, in una macelleria-braceria. Bombette — involtini di capocollo ripieni di formaggio e pancetta, cotti sullo spiedo o alla brace — e carne ai carboni, questo è il menu; si tratta del cibo che il Salento e la Murgia fanno meglio di tutto: non elaborato, non spiegato, solo buono. Verso mezzanotte, dopo aver fatto un giro del paese, torno a Bitetto per dormire in hotel.
Giorno 3 — Polignano e il problema delle fotografie
Il sabato mattina lascio Bitetto e mi sposto a Bari città: faccio colazione in zona Murat — il cuore ottocentesco della città moderna, con i viali larghi, i palazzi liberty e i bar dove il caffè costa ancora quello che dovrebbe costare. Il lungomare di Bari è lungo quasi undici chilometri: dal porto fino a Torre a Mare, il quartiere-villaggio di pescatori che scoprirò la sera. In una bella giornata di fine settembre, con il vento leggero e il sole, camminare sul lungomare barese è uno dei piaceri semplici che questa città sa regalare senza chiederti nulla in cambio.
Nel pomeriggio prendo il treno per Polignano a Mare: trenta minuti da Bari Centrale, stazione piccola, poi dieci minuti a piedi verso il centro.

Polignano a Mare è probabilmente la città pugliese più fotografata dopo Alberobello. Ed è probabilmente quella che le fotografie riescono a restituire di meno. Il problema delle fotografie di Polignano è che riescono a catturare la geometria — le case bianche a picco sulla scogliera, il mare turchese sotto, l’arco naturale che separa le due insenature — ma non riescono a restituire la verticalità. Polignano è una città costruita sull’orlo del vuoto: i vicoli si interrompono improvvisamente su balconi che danno direttamente sul mare, le finestre guardano giù su falesie di dieci, quindici metri. La percezione dello spazio è completamente diversa da quella di un borgo medievale normale. Polignano mi lascia letteralmente a bocca aperta, è probabilmente la città più bella che ho visto in Puglia.
La giornata è splendida, c’è tantissima gente — è sabato, è ancora estate. Ma i vicoli del centro storico sono abbastanza stretti e abbastanza labirintici da permettere di trovare angoli quasi deserti anche nel momento di massima affluenza. Ci resto fino al tardo pomeriggio, poi torno a Bari. La sera, cena in enoteca Mostofiore in zona Corso Cavour, con alcune persone locali: vini pugliesi, taglieri, il giusto per chiudere una giornata piena.
Giorno 4 — Bari Vecchia, il pesce riso e l’autenticità in vendita
Domenica. Sveglia tardi, colazione a Bari Vecchia. Il quartiere storico di Bari — la penisola che chiude a nord il porto — è diventato negli ultimi dieci anni uno dei luoghi più visitati della Puglia. I turisti arrivano per le orecchiette: le massaie che le lavorano all’aperto nelle strade del quartiere, sedute sui gradini di pietra con taglieri improvvisati, sono diventate un’attrazione turistica quanto i trulli di Alberobello. Nei vicoli ci sono i forni che da sempre vendono pane e focaccia, ma oggi ci sono anche le code di turisti con la fotocamera alzata.
C’è una dicotomia che si sente camminando per Bari Vecchia e che è difficile da ignorare: da una parte l’industria turistica che sta inevitabilmente trasformando il quartiere, dall’altra la vita vera che ci scorre ancora dentro. Gli anziani seduti davanti ai portoni. I bambini che giocano a pallone in uno slargo. Una donna che appende i panni tra due balconi. Bari Vecchia è ancora un posto abitato — non un museo — e questa coesistenza è al tempo stesso il suo problema e il suo fascino.

Il pranzo è la rivelazione gastronomica del viaggio. Due baresi mi portano in zona Corso Vittorio Emanuele II, nei pressi del Teatro Petruzzelli — il secondo teatro d’opera italiano per grandezza, con la sua facciata neoclassica che chiude una delle prospettive più belle del centro moderno. Mangiamo tiella di riso, patate e cozze — la ricetta che ogni famiglia barese considera superiore a quella di tutte le altre famiglie baresi; tubettoni con cozze, ceci e pecorino; e un pacchero al gambero rosso e pistacchio che non era nel menu ma lo hanno fatto ugualmente. È il tipo di pranzo che si fa quando sei con qualcuno del posto: il cibo è diverso, il prezzo è diverso, l’esperienza è diversa.
La sera c’è un evento a Torre a Mare — il quartiere nato come villaggio di pescatori sul litorale adriatico, a dieci chilometri dal centro. Un gruppo jazz suona in piazza, le vinerie traboccano, la gente balla. Torre a Mare di sera ha il carattere dei posti che non sono ancora diventati “posti da vedere”: si viene qui perché si vuole stare bene, non perché lo consiglia la guida. Torno verso l’una di notte con la sensazione di aver visto la Bari più vera della settimana.
Giorno 5 — Il polpo crudo e il treno delle 14
Lunedì. Il treno parte alle quattordici. Sveglia alle otto, colazione in un bar del centro. Svuoto la camera, lascio i bagagli alla reception. Ho quattro ore prima del treno, e le voglio usare bene.
Mi siedo in un bar tra Corso Cavour e Corso Vittorio Emanuele II, il caffè Portineria, uno di quei bar con tavoli dove puoi fermarti con il computer, ordinare un caffè, e nessuno ti guarda storto dopo un’ora. Il ritmo è quello del digital nomad per caso, che non era il piano ma funziona bene comunque. Il locale ha una caratteristica vetrata gialla su strada (via Roberto da Bari) e un’atmosfera realmente familiare: trascorro un paio d’ore al pc lavorando.
Poi una seconda colazione, barese: polpo crudo in un chiringuito vicino al Teatro Petruzzelli. Il polpo crudo di Bari — servito appena pescato, tagliato sul momento, con un filo di limone — è forse il cibo più radicato nella cultura popolare barese. Non è un antipasto di ristorante: è il cibo del lungomare, quello che si compra ai banchi all’aperto la mattina presto, quando i pescatori finiscono di scaricare. Mangiarlo così, in piedi, vicino al porto, con il Petruzzelli alle spalle e il mare davanti, è uno dei momenti gastronomicamente più onesti del viaggio.
Il Frecciarossa delle 14 parte puntuale. Mentre Bari rimane indietro dal finestrino — la costa piatta, il mare che si allontana, gli ulivi che cominciano — ho già in testa la lista dei posti che non ho visto. Lecce. Il Gargano. Le Isole Tremiti. Otranto. Le gravine. E tanto, tanto altro.
La Puglia non si finisce mai. Ed è esattamente il motivo per cui ci si torna.
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